venerdì 26 luglio 2013

identità cristiana


Come riscattare la religione cristiana da una mentalità ampiamente diffusa che la vorrebbe confinata in una  sfera esclusivamente privata dell'individuo e invece riportarla di diritto al centro della vita pubblica e sociale? 
Tale azione dovrebbe proprio cominciare - come chiedeva Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio - dall'Europa secolarizzata che rimane pur sempre culla, cuore e dimora storica del cristianesimo.
Anche secondo Benedetto XVI l'Europa dovrebbe assumere nel mondo il suo proprio ruolo e compito di "fermento di civiltà" e di "lievito di pace" nel segno dei valori cristiani.
Cristo ha redento il mondo è ha immesso come del lievito nella pasta quel criterio positivo che possiamo seguire per la nostra realizzazione, perfezione e felicità.
Però questa realizzazione dell'uomo per diventare attualizzabile e percorribile deve trasmettersi attraverso delle strade concrete perché uno dei rischi del cristianesimo può diventare l'astrattismo. Cioè l'enunciazione di verità senza tuttavia mostrare come esse si possano e si debbano incarnare in una fede concretamente vissuta.
Oggi una delle sfide più urgenti che ha davanti il cristianesimo è la proposta di un'esperienza di fede vissuta e integrata nella vita quotidiana in un virtuoso reciproco scambio tra il fenomeno del "credere", la cultura e la società.
Cosa serve conquistare spazi di visibilità, legittimità, credibilità e prestigio nel mondo, promuovere legittimamente l'incontro e il dialogo nello spirito conciliare se poi si produce una vita cristiana spenta e abulimica che è frutto di quella separazione tra fede e cultura di cui parlava Paolo VI e che determina una vita interiore scarsa e non irrigata dalle vivificanti acque dello Spirito e un ripiegamento sul fatto religioso in se stesso?
La Chiesa oggi si trova forse davanti il problema di evitare due opposti estremi: quello della minoranza creativa irrilevante e quello di sposare quel filone definito dai sociologhi delle religioni come "soprannaturalismo reazionario" o trionfalismo. Non si vuole esprimere alcun giudizio negativo ma evidenziare che si tratta di due opzioni estreme ancorché pienamente legittime se confortate dal magistero ma che rischiano di essere entrambe marginali; la via più diritta da percorrere è invece quella della "nuova evangelizzazione" della modernità e della cultura occidentale nello spirito di apertura e dialogo del Concilio Vaticano II.
Quale è la specificità propria del magistero filosofico e sociale della fede cristiana? Che essa mette tra loro in una cogente relazione natura-creazione, ragione-esperienza e fede-resurrezione tenendo in singolare conte le diverse dimensioni della persona umana coem ben espresso dall'Enciclica Fides et Ratio.
Forse è chiaro il rimando all'ordine naturale e soprannaturale; può risultare un po' meno chiaro quello alla ragione ed esperienza. E invece esso è fondamentale perché l'intelligenza umana è riflesso dell'intelligenza divina e possiede un suo valore intrinseco naturalmente nei limiti degli ordini anzidetti. Nel giardino della creazione ci sono molti frutti e l'uomo è libero di percorrere la propria strada di verità e autenticità.
Immaginiamo ad esempio che un a persona senta di avere un a vocazione religiosa. Se gli fosse proposto di entrare nell'ordine benedettino questo sarebbe giusto secondo l'ordine della natura e secondo l'ordine della redenzione ma non è detto che ciò corrisponda all'esperienza della persona.
Immaginiamo una associazione ambientalista e ecologista: essa non è prescritta né dal Vangelo né dall'ordine delle cose: eppure se essa corrisponde agli interessi di singole persone, essi fanno benissimo ad occuparsene e dedicare se stessi a tale nobile causa.
La dimensione dell'esperienza è molto importante nella vita cristiana. La fede cristiana non fornisce risposte preconfezionate, accetta le zone d'ombra e accorda la sua preferenza all'umile e paziente ricerca.
Essa è compatibile con la metafisica classica laddove essa considera sempre la realtà di Dio dell'uomo e del cosmo come unite e inseparabili. Anche nella dimensione sociale e pubblica essa si richiama prima che alla Bibbia alla natura e alle sue leggi, alla intrinseca dimensione relazionale dell'uomo e all'antropologia cristiana. Non è assolutamente accettabile sotto questa luce l'attuale tendenza in atto di separazione tra diritto, sfera pubblica e morale. L'etica verrebbe declassata così tre i regressive values di derivazione religiosa e regnerebbe incontrastata un'antropologia liberale che nega la possibilità di un riferimento oggettivo dell'agire umano. Alcuni temi diventano sotto questa luce particolarmente cruciali: proprio l'antropologia cristiana che deve spiegare chi è l'uomo e quanto questo è difficile, poi il tema del matrimonio e della vocazione personale. A cui aggiungere infine i concetti di cultura, nazionalità e appartenenza.

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