mercoledì 31 luglio 2013

mediazione eterna





La Mediazione materna di Maria

 

1. C’è un unico Mediatore tra Dio e gli uomini (1Tm2,5), Gesù Cristo il Figlio di Dio. Ma se la mediazione di Maria è subordinata a quest’unica divina mediazione, tuttavia nella stessa dichiarazione conciliare Lumen Gentium si dichiara formalmente che quella di Maria è da considerarsi del tutto speciale, straordinaria (LG 61) ed eccelsa tra tutte.

 

2. Il carattere singolare di tale mediazione scaturisce in primo luogo dal ruolo fondamentale e insostituibile di Maria nell’economia della salvezza quale Madre del Signore e la sua perfetta unione con la missione redentiva del Figlio durante gli anni del magistero terreno di Cristo e successivamente accanto alla Chiesa nascente.

La maternità di Maria è pervasa fino in fondo da un atteggiamento di piena accoglienza del Verbo divino ed è accompagnata dalla pienezza di effusione dello Spirito santo che costituiscono la prima e fondamentale ragione dottrinale di quella mediazione speciale che la Chiesa confessa e le attribuisce (LG 62).

Ella in quanto riceve nel suo grembo il Verbo divino si pone come arcano punto di congiunzione tra cielo e terra. Ella è quella terra benedetta nel quale il Signore si compiacque di piantare la tenda della sua natura umana per realizzare la salvezza del mondo. A tale scopo Ella riceva con pienezza lo Spirito santo che la ricolma della sua Grazia.

Ma lungo la via questa maternità conosceva una sostanziale trasformazione, diventando parimenti sequela attiva di Cristo, colmata da una sempre più “ardente carità”, intesa a operare in unione con Cristo la restaurazione della “vita soprannaturale nelle anime” ed associandosi in modo del tutto personale ancorché subordinato nell’unica mediazione del Figlio.

Sono diversi i passaggi evangelici che testimoniano questa progressiva unione all’opera redentiva del Figlio (RM 39) testimoniata dalle stesse pagine bibliche ancorché mai in modo diretto ma attraverso delle pericopi aventi specifico carattere allusivo.

In Matteo e Marco è contenuta una descrizione, una carta d’identità del buon discepolo come colui che compie la volontà del Padre che è nei cieli (Mt 12,47-50; Mc 3,32-35); come non vedere in questa espressione un riferimento indiretto alla Madre di Cristo? Luca propone una peculiare variante: il perfetto discepolo è anche colui che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica (Lc 8,20-21). In realtà uno dei due verbi greci usati da Luca è lo stesso usato da Matteo e Marco (poieio) al quale Luca però aggiunge anche il verbo dell’ascolto (akoueo).

In Luca in 11,27-28 viene presentato un ulteriore episodio nel quale è ancora più agevole ravvisare un indiretto riferimento a Maria nell’elogio di Cristo al buon discepolo. Nell’episodio una donna intende rivolgere una pubblica lode alla madre terrena di Cristo. Di primo acchito la successiva risposta di Gesù può sorprendere come se volesse in qualche modo declinarla. Possiamo pensare che un cuore ardente d’amore come quello di Gesù per sua Madre, intendesse realmente così? Tutt’altro. Egli intende proprio ancora più lodarla ma celandone l’identità ed esaltandone ancora di più l’umiltà e la modestia. Al tratto del buon discepolo infatti Gesù aggiunge un’altra caratteristica che nella prospettiva lucana è tipicamente mariana e cioè il saper custodire la parola nel proprio cuore (fulasso).

Redenta in modo più sublime (LG 53), dopo la Pentecoste Maria non poteva non riversare sulla Chiesa, sin dal principio, questa sua maternità e donazione materna alla missione del Figlio che sono all’origine della sua mediazione che permane incessantemente nella Chiesa e che la Chiesa esprime con la sua fede invocando Maria con vari titoli quali quello di Avvocata, Ausiliatrice, del perpetuo Soccorso e Mediatrice.

Infatti “il mistero della Chiesa consiste anche nel generare gli uomini a nuova vita immortale: è la sua maternità nello Spirito. Maria “con amore di madre coopera alla generazione e formazione” dei figli della Chiesa. Ora questa maternità si attua non solo secondo il modello e la figura della Madre di Dio, ma anche con la sua “cooperazione”.  La Chiesa attinge copiosamente da questa cooperazione, cioè dalla mediazione materna, in quanto già in terra ella cooperò alla generazione e formazione prima del Figlio di Dio posto a primogenito di molti fratelli e poi anche della rigenerazione della prima Chiesa apostolica.

Vi cooperò con amore di madre secondo le stesse parole di Cristo pronunciate sulla croce: “Donna, ecco il tuo figlio” e al discepolo “Ecco la tua madre” (Gv 19,26). Sono parole che determinano il posto di Maria nella vita di discepoli di Cristo ed esprimono la sua nuova maternità spirituale, nata dall’intimo del mistero pasquale del Redentore del mondo. E’ una maternità nell’ordine della grazia, perché implora il dono dello Spirito santo che suscita nuovi figli di Dio, redenti mediante il Sacrificio di Cristo.

3. Dopo la maternità e l’unione con la missione redentiva del Figlio, un secondo motivo di elezione di Maria e della sua mediazione risiede nel suo essersi fatta perfetta “serva del Signore” in modo da rappresentare agli occhi del credenti, il modello della perfetta cristiana e discepola di Cristo.

Come ribadito dalla Lumen Gentium la Madre di Dio è modello e figura della Chiesa …, cioè nell’ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo (LG 63). Già in precedenza abbiamo visto che Maria rimane sin dall’inizio co gli Apostoli in attesa della pentecoste, presente in mezzo alla Chiesa nascente mediante la fede e rimane per la Chiesa un “perenne modello” e figura della stessa chiesa.

Infatti anche la Chiesa come Maria è vergine e madre e perfetta discepola di Cristo (RM 43) e stante questo rapporto di esemplarità, la Chiesa si incontra con Maria e cerca di diventare simile a lei. Maria è dunque presente nel mistero della Chiesa come modello.

Paolo VI

4. Un ultimo aspetto della mediazione di Maria è la sua continua presenza nella vita del fedele. Si può dire che la maternità “nell’’ordine della grazia” mantenga l’analogia con ciò che “nell’ordine della natura” caratterizza il rapporto della madre col figlio. Ed è risaputo che oltre che a generare e a formare una madre si preoccupa, è sollecita verso i bisogni e necessità dei propri figli, previene e interviene nella loro vita. Infatti dopo aver affidato reciprocamente madre e figlio sotto la croce (Gv 19,26), il Vangelo annota che “da quel momento il discepolo la prese con sé” (Gv 19,27).

Si po’ dire che in queste parole venga pienamente indicato il motivo della dimensione mariana della vita dei discepoli di Cristo. La dimensione mariana della vita del discepolo di Cristo si esprime proprio mediante l’affidamento filiale nei riguardi della Madre di Dio, iniziato sotto la croce. Affidandosi totalmente a Maria il cristiano introduce la madre di Cristo in tutto lo spazio della sua vita interiore, nel suo “io” umano e cristiano.

5. Questo rapporto filiale, questo affidarsi del figlio alla Madre non ha in Cristo solo il suo inizio ma si può dire che in definitiva sia orientato verso di Lui. Si può dire che Maria continui a ripetere a tutti le stesse parole che disse a Cana di Galilea: “Fate quello che vi dirà”. Infatti è Lui, Cristo, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, è Lui “la via, la verità e la vita” (Gv 16,6); è Lui che il Padre ha dato al mondo , affinché l’uomo “non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Maria ci accompagna nel nostro cammino di fede, talvolta oscuro e tribolato ma con Ella siamo certi di progredire verso le “imperscrutabili ricchezze di Cristi”. E l’uomo lungo questo cammino riscopre ugualmente la propria dignità in tutta la sua pienezza e il definitivo senso della sua vocazione.

Come Paolo VI ebbe a dire: “La conoscenza della vera dottrina cattolica sulla Beata Vergine Maria costituirà sempre una chiave per l’esatta comprensione del mistero di Cristo e della Chiesa” e la Chiesa “dalla Vergine Made di Dio deve trarre la più autentica forma della perfetta imitazione di Cristo” (All. 21 nov 1964).

Maria accompagna così la rivelazione del disegno salvifico di Dio nei riguardi dell’umanità fino al suo pieno svelamento e compimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

venerdì 26 luglio 2013

identità cristiana


Come riscattare la religione cristiana da una mentalità ampiamente diffusa che la vorrebbe confinata in una  sfera esclusivamente privata dell'individuo e invece riportarla di diritto al centro della vita pubblica e sociale? 
Tale azione dovrebbe proprio cominciare - come chiedeva Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio - dall'Europa secolarizzata che rimane pur sempre culla, cuore e dimora storica del cristianesimo.
Anche secondo Benedetto XVI l'Europa dovrebbe assumere nel mondo il suo proprio ruolo e compito di "fermento di civiltà" e di "lievito di pace" nel segno dei valori cristiani.
Cristo ha redento il mondo è ha immesso come del lievito nella pasta quel criterio positivo che possiamo seguire per la nostra realizzazione, perfezione e felicità.
Però questa realizzazione dell'uomo per diventare attualizzabile e percorribile deve trasmettersi attraverso delle strade concrete perché uno dei rischi del cristianesimo può diventare l'astrattismo. Cioè l'enunciazione di verità senza tuttavia mostrare come esse si possano e si debbano incarnare in una fede concretamente vissuta.
Oggi una delle sfide più urgenti che ha davanti il cristianesimo è la proposta di un'esperienza di fede vissuta e integrata nella vita quotidiana in un virtuoso reciproco scambio tra il fenomeno del "credere", la cultura e la società.
Cosa serve conquistare spazi di visibilità, legittimità, credibilità e prestigio nel mondo, promuovere legittimamente l'incontro e il dialogo nello spirito conciliare se poi si produce una vita cristiana spenta e abulimica che è frutto di quella separazione tra fede e cultura di cui parlava Paolo VI e che determina una vita interiore scarsa e non irrigata dalle vivificanti acque dello Spirito e un ripiegamento sul fatto religioso in se stesso?
La Chiesa oggi si trova forse davanti il problema di evitare due opposti estremi: quello della minoranza creativa irrilevante e quello di sposare quel filone definito dai sociologhi delle religioni come "soprannaturalismo reazionario" o trionfalismo. Non si vuole esprimere alcun giudizio negativo ma evidenziare che si tratta di due opzioni estreme ancorché pienamente legittime se confortate dal magistero ma che rischiano di essere entrambe marginali; la via più diritta da percorrere è invece quella della "nuova evangelizzazione" della modernità e della cultura occidentale nello spirito di apertura e dialogo del Concilio Vaticano II.
Quale è la specificità propria del magistero filosofico e sociale della fede cristiana? Che essa mette tra loro in una cogente relazione natura-creazione, ragione-esperienza e fede-resurrezione tenendo in singolare conte le diverse dimensioni della persona umana coem ben espresso dall'Enciclica Fides et Ratio.
Forse è chiaro il rimando all'ordine naturale e soprannaturale; può risultare un po' meno chiaro quello alla ragione ed esperienza. E invece esso è fondamentale perché l'intelligenza umana è riflesso dell'intelligenza divina e possiede un suo valore intrinseco naturalmente nei limiti degli ordini anzidetti. Nel giardino della creazione ci sono molti frutti e l'uomo è libero di percorrere la propria strada di verità e autenticità.
Immaginiamo ad esempio che un a persona senta di avere un a vocazione religiosa. Se gli fosse proposto di entrare nell'ordine benedettino questo sarebbe giusto secondo l'ordine della natura e secondo l'ordine della redenzione ma non è detto che ciò corrisponda all'esperienza della persona.
Immaginiamo una associazione ambientalista e ecologista: essa non è prescritta né dal Vangelo né dall'ordine delle cose: eppure se essa corrisponde agli interessi di singole persone, essi fanno benissimo ad occuparsene e dedicare se stessi a tale nobile causa.
La dimensione dell'esperienza è molto importante nella vita cristiana. La fede cristiana non fornisce risposte preconfezionate, accetta le zone d'ombra e accorda la sua preferenza all'umile e paziente ricerca.
Essa è compatibile con la metafisica classica laddove essa considera sempre la realtà di Dio dell'uomo e del cosmo come unite e inseparabili. Anche nella dimensione sociale e pubblica essa si richiama prima che alla Bibbia alla natura e alle sue leggi, alla intrinseca dimensione relazionale dell'uomo e all'antropologia cristiana. Non è assolutamente accettabile sotto questa luce l'attuale tendenza in atto di separazione tra diritto, sfera pubblica e morale. L'etica verrebbe declassata così tre i regressive values di derivazione religiosa e regnerebbe incontrastata un'antropologia liberale che nega la possibilità di un riferimento oggettivo dell'agire umano. Alcuni temi diventano sotto questa luce particolarmente cruciali: proprio l'antropologia cristiana che deve spiegare chi è l'uomo e quanto questo è difficile, poi il tema del matrimonio e della vocazione personale. A cui aggiungere infine i concetti di cultura, nazionalità e appartenenza.